Quella notte saremo uniti

Questo racconto è dedicato a P. Fauré, che per primo mi ha mostrato il vero Alessandro.


Quella notte saremo uniti


Un giovane schiavo accese una torcia e finalmente Alessandro riuscì a distinguere i contorni della camera. Si era svegliato a notte fonda e non era più riuscito a scivolare nel sonno: forse perché era troppo abituato a coricarsi all’alba, ormai. Le feste si erano susseguite ad un ritmo martellante da quando aveva cominciato a tornare verso Babilonia e si era riunito alle varie colonne del suo esercito: ogni città in cui era entrato l’aveva accolto con musiche, danze, fiumi di vino, banchetti che sembravano non avere mai fine, anche quando aveva condannato a morte i governatori ribelli.
Era strano come tutti pensassero alla sua ritirata come ad una marcia trionfale. Lui era stato costretto a tornare indietro: l’esercito diviso, i generali discordi, l’India sconosciuta, le foreste impenetrabili che si stendevano davanti a loro. Tutto questo l’aveva abbattuto. Era partito per raggiungere i confini del mondo: l’aveva fermato, inesorabile, un placido corso d’acqua, un fiume che scorreva lento fra gli alberi. L’Idaspe aveva sconfitto il grande conquistatore: uomini che avevano affrontato le armate della Grecia, solcato la sabbia dorata dell’Egitto, arrossato di sangue le dune di Gaugamela, attraversato la porta di Ishtar, guardato negli occhi i giganteschi elefanti…quegli uomini si erano arresi al fiume silenzioso. Non avevano voluto sapere cosa viveva aldilà del confine: nei loro occhi la pallida ombra dell’ignoto aveva oscurato il lampo della conquista, l’ardore guerriero che spinge oltre noi stessi. Aveva arrestato i ribelli, aveva provato ad andare avanti, ma la terra sconosciuta aveva inghiottito le sue speranze.

Ma non è una sconfitta tornare indietro. Perché nulla sarà più come prima: io li unificherò e saranno un solo popolo. Una sola famiglia.


Aveva indossato una sottile tunica di seta intessuta in porpora ed oro: a Susa le notti erano tiepide e già l’aria annunciava un nuovo mattino. Erano giorni che ci pensava, ma non ne aveva ancora fatto parola con nessuno: un’idea folle, come erano state la sua partenza dalla Macedonia e l’impresa di Gaugamela, e la scoperta dell’India. Tutta la sua vita era stata un labirinto di follie: forse la grandezza vive nella pazzia.
Lo schiavo lo accompagnò lungo i corridoi del palazzo, appena rischiarati da qualche pallido fuoco: le sentinelle riconoscevano il suo viso alla luce tremante e chinavano la testa al suo passaggio. Alessandro pensò che quella reggia era troppo immensa. Gelida.
Fece cenno al ragazzo di tornare indietro e i due giovani schiavi che erano sdraiati sulla soglia si alzarono per lasciarlo passare, inchinandosi profondamente.
Entrò nella camera senza far rumore, scostando il tendaggio con mano leggera. Hephaestion era seduto al suo tavolo, assorto nella lettura. Il fuoco del braciere regalava al suo viso sfumature dorate, appena oscurate dai lunghi capelli che aveva raccolto dietro le orecchie ma che ricadevano comunque lungo le sue spalle. Una mano stringeva una coppa di vino e gli occhi si muovevano veloci sul papiro. Il manto di pelliccia che si era distrattamente buttato addosso era scivolato lungo le spalle lasciando nuda la sua pelle scurita dal sole, scalfita da rade cicatrici.
Alessandro si fermò a guardarlo senza parlare, accarezzandolo con gli occhi. Hephaestion sospirò leggermente, passandosi una mano fra i capelli, e sembrò percepire uno sguardo sopra di sé, perché alzò improvvisamente la testa; subito riconobbe il Re ed un lieve sorriso illuminò il suo volto:
Mio signore? Cosa stai facendo qui?
Il Re si avvicinò e rispose inclinando la testa su un lato:
Ti stavo guardando.
Hephaestion arrossì graziosamente e d’istinto raccolse il manto tornando a coprirsi le spalle, con affascinante timidezza, così insolita in un guerriero.
Alessandro sorrise e gli venne vicino, chiedendo mentre abbassava lo sguardo sul tavolo:
Lavori anche la notte, adesso?
Hephaestion sospirò profondamente e guardò la lettera che stava leggendo:
Volevo finire…E’ incredibile come siano numerose le persone che vogliono qualcosa da te: ho lasciato da parte alcune lettere a cui penso che tu voglia rispondere personalmente.
Mentre parlava Alessandro si era spostato dietro di lui ed aveva cominciato ad accarezzargli le spalle lentamente, facendo scivolare le dita lungo la morbida pelliccia. Hephaestion appoggiò la testa contro il petto del Re, socchiudendo gli occhi; dopo qualche istante si voltò verso Alessandro, alzandosi in piedi:
Stai cercando di distrarmi dal mio lavoro?
Ci sono riuscito?
Hephaestion sembrò pensarci un attimo, poi scosse la testa:
No…il pensiero che quello che non finisco lo terminerà quel tuo cancelliere greco mi farebbe lavorare per giorni senza riposo.
Alessandro esclamò divertito:
Allora per una volta Eumene ti ringrazierà!
Hephaestion fece una smorfia disgustata:
Hhm. Non mi interessa la sua gratitudine.
Il Re gli si avvicinò ed allungò una mano per accarezzargli i capelli:
Non lo sopporti, vero?
Hephaestion abbassò gli occhi e si allontanò da lui con un gesto nervoso, dirigendosi verso un piccolo tavolo su cui era appoggiato del vino: un’ombra di tristezza gli offuscò lo sguardo, per un solo brevissimo istante.

La ferita sanguina ancora: un Re sa sempre dove affondare la spada. Non ti ho mai chiesto perdono: ci siamo guardati e tu hai capito. Ci sono guerre troppo difficili da combattere.
Ma se comprendi le cose non dette, forse capisci anche quello che ti sto chiedendo ora: vedi le mie parole dietro i miei occhi.


Hephaestion versò del vino in una coppa e la porse al Re sorridendo ironicamente:
Vuoi bere un po’ di questo orribile vino? I Persiani non dovrebbero maneggiare l’uva: se la cavano molto meglio con la birra.
Alessandro si sentì improvvisamente più rilassato e cominciò a sorseggiare quel liquido nerastro: si stupì che per tanti anni si fosse adattato a bere una cosa del genere. Tenendo la coppa fra le mani si sedette sul letto di Hephaestion appoggiando la schiena sui soffici cuscini sparpagliati sulla coperta. Hephaestion aveva sempre avuto un debole per i cuscini: Alessandro sospettava che fosse capace di nasconderne uno sotto la sella.
Hephaestion era rimasto in piedi a guardarlo: la debole luce soffusa continuava a giocare sulla sua pelle ed i bagliori del fuoco danzavano sul suo viso. Rimasero in silenzio ascoltando il crepitio della fiamma ed il sussurro del vento che soffiava fra i tendaggi. Succedeva, a volte, che restassero così, solo loro due, senza parlare, respirando l’uno la presenza dell’altro. Hephaestion prese un’altra coppa versandosi del vino e se la portò alle labbra. Alessandro lo guardò bere lentamente.

Anni.
Risate. Giochi. Vittorie. Trionfi. Sconfitte. Sangue. Morte. Tradimenti. Odio. Sofferenza. Battaglie. Inverni. Lacrime. Mogli. Concubine. Amanti. Giorni. Notti.
Anni.
E ancora ti amo. E ancora ti desidero. E ancora voglio stringerti a me. La tua voce è come il mio respiro. Il tuo corpo è il mio rifugio. La mia giovinezza è nascosta in te. Tu sei mio. Lo capisci questo? Tu ci sei, anche quando non ti cerco. Ma io ti cerco sempre, anche se tu non lo sai. Ti cerco intorno a me, fra tutti loro. Mi volto e ci sei tu. Non ricordo quando ti ho visto per la prima volta. Non ricordo quando ho cominciato ad amarti. E’ come se tu ci fossi sempre stato, nella mia vita. Hai accompagnato le mie risate, asciugato le mie lacrime, placato la mia ira. Mi hai scaldato nelle notti d’inverno e cullato nelle torride estati.
Toglimi tutto, Zeus. Spogliami della gloria, ruba il mio Impero. Ma non togliermi lui. Non lui. Non lui. Lui no. Mai.

Hephaestion posò la coppa sul tavolo e si avvicinò al Re, sedendosi accanto a lui: si slacciò i sandali ed allungò i piedi sul letto, rannicchiandosi accanto ad Alessandro, mentre appoggiava la testa sulla sua spalla. Entrambi fissavano il braciere ed il fuoco che gettava gli ultimi sprazzi di luce, abbattendosi sulla pietra. Alessandro sentiva il calore del respiro di Hephaestion vicino al suo collo, e il profumo dei suoi capelli, quel misto di essenze speziate e di oli balsamici e qualcosa di più, qualcosa che gli ricordava la Macedonia e la sua infanzia, e i giochi all’aperto e le ore trascorse abbracciati ad ascoltare un canto notturno.
Hephaestion chiese sollevando la testa:
Perché sei venuto da me, stanotte? Credevo che fossi troppo sfinito dai banchetti orientali…
C’era una strana sfumatura nella sua voce – era amarezza? – ma subito strinse i capelli di Alessandro fra le dita arruffandoli teneramente, come quando erano ragazzi, e sorrise mentre aggiungeva:
Invece te ne vai in giro nel palazzo cercando qualcuno abbastanza pazzo da essere ancora sveglio, al tavolo di lavoro.
Alessandro posò la coppa ed osservò:
Sei l’unico che tenga gli schiavi fuori dalla porta invece di farli dormire accanto al letto.
Hephaestion pensò per un attimo che gli schiavi di Alessandro non dormivano tutti per terra: qualcuno a volte si sdraiava vicino al Re, soprattutto quell’eunuco di Dario che Alessandro si portava dietro da quando avevano lasciato Babilonia. Si strinse nelle spalle ribattendo con una punta di fastidio:
Non mi piace avere gente intorno tutti i momenti. E mi sembra sempre che gli schiavi osservino tutto quello che faccio. I servi greci parlavano di più ma non ti stavano sempre fra i piedi: questi asiatici non aprono mai bocca ma da qualsiasi parte ti volti ne trovi uno.
Alessandro osservò pensosamente, fissando le fiamme:
Sono molto diversi da noi.
Hephaestion non represse una debole risatina:
Questo è senz’altro vero.

Ora è il momento di parlargliene. Glielo dirò e lui approverà. Sempre è stato così.


Alessandro si portò le gambe al petto ed appoggiò il mento sulle ginocchia; la sua voce era un lieve sussurro, come se parlasse a se stesso:
Ho pensato ad una grande cerimonia nuziale: persiani nasceranno dai greci e greci dai persiani. Darò una moglie asiatica a tutti i miei ufficiali macedoni. Sarà una festa meravigliosa. Questo ci unirà, ci renderà un solo popolo.
Hephaestion si alzò a sedere e lo fissò negli occhi:
Credi che tutti accetteranno una cosa del genere?
Perdicca certamente. Cratero approverà: lui crede in me.
Hephaestion si alzò improvvisamente in piedi con aria insofferente:
Oh, certo. Lui bacerebbe la terra su cui cammini perché quella è la strada che conduce al potere.
Alessandro aggrottò la fronte ribattendo con una certa durezza:
- Sei ingiusto con lui.
Il giovane generale sorrise amaramente:
Se è per questo…tanti sono ingiusti verso di me, non posso prendermi anch’io le mie soddisfazioni?
Si avvicinò al letto sedendosi sul bordo del materasso; cominciò ad accarezzare lentamente la coperta di seta mentre proseguiva più dolcemente:
In realtà non era agli ufficiali che pensavo. Ma come credi che reagirà l’esercito? Molti soldati vogliono solo tornare alle loro case: se gli ufficiali sposeranno donne persiane forse vorranno restare qui. I soldati non lo accetteranno. Ti ricordi in India…?
Abbassò lo sguardo senza finire la frase, come se avesse voluto scacciare un pensiero troppo doloroso: erano accadute troppe cose terribili in India, e durante la marcia nel deserto…cose terribili.
Alessandro impallidì impercettibilmente:
Non credo che finirà come in India: pagherò la dote di ogni ragazza asiatica che sposerà un mio soldato.
Hephaestion lo guardò stupito:
Davvero lo farai?
Il Re sorrise e si sporse verso di lui, tendendogli una mano; Hephaestion la afferrò e subito Alessandro lo trasse a sé, spingendolo sulle coperte e sdraiandosi mezzo sopra di lui: appoggiò la gamba destra sulla coscia dell’amico, cingendogli il petto col braccio sinistro. Hephaestion si rilassò sotto di lui, assaporando quel tocco così familiare, e non si accorse che la pelliccia gli era scivolata lungo il corpo. Guardava Alessandro negli occhi mentre il Re giocherellava con i suoi capelli:
Dopo tutti questi anni non hai ancora imparato che se voglio una cosa la ottengo sempre?
Hephaestion arrossì leggermente:
Così…volevi me e mi hai conquistato.
Alessandro abbassò la testa e lo baciò sulle labbra, a lungo, lentamente, come ricordava di aver sempre fatto, quel gesto ripetuto mille volte nella sua vita e che sempre gli regalava la pace. Appoggiò la testa sul petto di Hephaestion e rimase così, senza parlare, ed ascoltava il suo cuore battere.
Alessandro?

Chiedimi qualcosa, Hephaestion. Non mi chiedi mai nulla. Tutti chiedono. Tutti si aspettano qualcosa da me. Sai che il tuo Re ti darebbe questo cielo, questo fuoco se solo glielo chiedessi? Ma tu non lo chiedi. Sono io che ti do: regali, titoli, onori. Ma tu non mi hai mai chiesto niente. Tu sei qui. Tu ci sei sempre. Tu stai vicino a me. Mi guardi. Mi obbedisci. Ma non sai che io aspetto solo che tu mi chieda qualcosa. Non mi chiedi nemmeno se ti amo. Io te l’ ho domandato tante volte, perché mi piace sentirtelo dire. Tu non ami il Re: tu ami me. E’ così difficile amarmi. Io stesso forse non mi amo.
Chiedimi se ti amo, Hephaestion. Chiedimelo adesso. Chiedimi qualcosa.

Alessandro? A cosa stai pensando?
Una mano fra i suoi capelli biondi. Una voce che era come un fuoco, una voce che era come il suo respiro. Alessandro lo abbracciò con più forza e gli chiese:
E tu mi appoggerai in questa decisione?
Hephaestion gli accarezzò i capelli sorridendo:
Io ti appoggerò sempre, Alessandro.
Il Re alzò la testa ma abbassò gli occhi con una strana esitazione:
Ho pensato…che dovrò dare io l’esempio. Prenderò in moglie Statira, la figlia maggiore di Dario. Te la ricordi?
Hephaestion pensò per un momento. Si ricordava della Principessa: lui ed Alessandro si erano recati dalla prima moglie di Dario e dalle sue figlie, dopo la vittoria, per rassicurarle; la Regina si era inginocchiata davanti a lui scambiandolo per il Re ed Alessandro aveva pronunciato quelle parole davanti a tutti, le parole che si ripeteva ancora a volte, quando era solo con se stesso, quando percepiva gli sguardi ostili dietro le sue spalle, quando i cortigiani invidiosi tessevano le loro tele ad ogni angolo della sua vita. “Anche lui è Alessandro”: era grazie a questo che era riuscito a sopportare le altre parole del Re che ancora vivevano dentro di lui. “Senza di me tu non sei nulla”: era per quello che Alessandro aveva detto alla Regina che lui aveva perdonato quella frase crudele e dimenticato il pugnale affondato nel suo cuore.
Sì, me la ricordo. Molti pensano che dovresti sposarla. Forse lei riuscirà finalmente a darti un erede.
Alessandro sorrise tristemente:
Speravo che Eracle sarebbe vissuto. Era un bel bambino.
Roxane è ancora molto giovane; e Barsine ti aspetta sempre.
Statira è il sangue di Dario: se avessi un figlio da lei i Persiani mi accetterebbero come uno di loro.
Hephaestion nascose il viso contro il collo del Re e gli sfiorò un orecchio con le labbra:
E chi hai scelto per me?
Il respiro di Alessandro si fermò per un istante.

Ti prego, lascia che lui capisca senza che io parli. Ti prego, leggi le mie parole dietro il mio sguardo.


Prese il viso di Hephaestion fra le mani e le sue dita seguirono il profilo del giovane guerriero mentre chiedeva:
Tu chi vorresti?
Hephaestion lottò con se stesso per soffocare le lacrime che tremavano dietro ai suoi occhi. Era assurdo, lo sapeva, ma a volte avrebbe voluto qualcosa di diverso, solo lui ed Alessandro e nessuno intorno. Rispose cercando di sottrarsi allo sguardo del Re:
Non lo so, Alessandro. Non ho mai pensato a questo.
Alessandro gli prese una mano e la accarezzò lentamente mentre spiegava, seguendo con gli occhi gli intricati arabeschi della coperta:
Ho pensato ad una sposa per novanta ufficiali macedoni. Prenderò in moglie anche una figlia del fratello di Dario. Si chiama Parisatydes, l’ho vista, è molto bella.
Hephaestion sorrise dentro di sé: Alessandro desiderava tanto avere un erede!
Il Re proseguì:
Cratero sposerà una sorella di Parisatydes. Glielo devo, come premio per il suo valore e la sua lealtà verso di me.
Hephaestion continuava a rimanere silenzioso ed Alessandro appoggiò il capo sul suo petto, abbracciandolo con tanta forza che per un attimo si sentì mancare il respiro: istintivamente cercò di divincolarsi ed Alessandro allentò appena la stretta mentre aggiungeva con voce che aveva qualcosa di supplichevole:
Ho pensato che tu potresti prendere Drypetis, l’altra figlia di Dario.
Hephaestion si dimenticò di respirare per un lungo momento; abbassò lo sguardo ed appoggiò una mano fra i capelli di Alessandro:
E’ di sangue reale, mio signore. Dovresti prenderla tu.
Alessandro protestò vivacemente:
Io ho scelto Statira. Drypetis è per te.
Gli altri non lo accetteranno mai: già parlano troppo alle mie spalle e dicono troppe cose in giro di me…di noi.
Il Re ebbe un moto d’impazienza:
Gli altri faranno quello che dico io.
Alessandro poteva essere terribilmente ostinato, a volte; lasciò scivolare una mano lungo le spalle di Hephaestion, seguendo con le dita la traccia di una lunga cicatrice che gli solcava la pelle, lungo il braccio sinistro:
Farai questo…per me?
Hephaestion per un momento si abbandonò alla carezza di Alessandro, ma poi gli fermò la mano per poter riflettere lucidamente:
Per te, Alessandro? Perché è tanto importante che io sposi la figlia di Dario? Sarebbe un grandissimo onore, troppi lo riterrebbero eccessivo. Posso prendere un’altra Principessa…Se non vuoi sposarla tu c’è sempre Perdicca, lui è tuo parente, è di sangue reale, gli altri non avrebbero nulla da…
Alessandro lo interruppe dicendo quasi sottovoce:
Sarebbero fratelli.
Hephaestion chiese stupito:
Chi?
Alessandro lo fissò negli occhi in modo così penetrante che sembrò voler raggiungere la sua anima:
I nostri figli: avrebbero lo stesso sangue, sarebbero di stirpe reale.

E forse il sangue non scorrerà più: io guarirò la ferita. Quando tu prenderai Drypetis fra le tue braccia ed io rivestirò Statira della mia gloria, quella notte noi saremo davvero uniti. Per sempre.

Il Re proseguì con ardore:
Se tu la sposerai i nostri bambini saranno come fratelli e saranno anche un po’ miei. Sarebbe così importante per me…per noi.
Hephaestion si sentì invadere da un gelido soffio di paura. Si ricordò improvvisamente del bambino di Euridice e di come Olimpiade l’aveva soffocato mentre dormiva nella sua culla. Ma guardò Alessandro e vide nei suoi occhi la passione che aveva infiammato la sua giovinezza: lo avrebbe fatto per quell’amore che aveva sconvolto la sua vita e che ancora lo faceva tremare. Sorrise con dolce rassegnazione:
Va bene, Alessandro, farò quello che vuoi tu.
Il Re gli passò le dita fra i capelli:
Io lo voglio per noi.
Hephaestion questa volta non tentò di respingere le lacrime. Non gli importava che Alessandro lo vedesse piangere, non adesso.
Perché mi ami così tanto, mio Re?
Alessandro reclinò il capo sulla spalla di Hephaestion, baciando la sua pelle dal profumo così familiare, così rassicurante:
Ti ho sempre amato, lo sai. So che ci sono stati momenti in cui hai temuto che qualcosa fosse cambiato, ma io torno sempre da te.
Gli sfiorò il collo con le labbra ed Hephaestion gli strinse istintivamente la gambe intorno alla vita, spingendolo sopra di sé.

Hai capito. Ma come riesci a farlo, Hephaestion? Nessuno di loro ci riesce. Loro ti odiano. Ti invidiano. Non siamo più ragazzi, dicono: non sanno che tu per me sei sempre il ragazzo che ha lasciato la Macedonia per seguire il mio sogno. Tu non mi lascerai mai: non sanno che è questa la ragione per cui riesco ancora a credere in loro.
Ti odiano. Non riescono a vederti. Hai torturato Filota e hanno detto che sei crudele: ma io ho visto solo il tuo amore. L’ hai fatto per me. Vedevo l’amore mentre davi la morte. Quella notte ti ho preso quasi con violenza: come se avessi voluto lavarti del sangue che avevi versato per me, togliere quell’ombra di morte dai tuoi occhi, restituirti l’innocenza che ti avevo rubato.
Quando ti sei inginocchiato davanti a me, nel palazzo di Dario, ti hanno disprezzato: ti hanno odiato ancora di più. Nessun greco libero l’avrebbe mai fatto, se non per paura. Ma tu non l’ hai fatto per paura. E loro non hanno capito cosa significava per me, cosa significava per noi. Quel giorno c’eravamo finalmente solo noi due: noi, e il nostro sogno senza confini.


Hephaestion cominciò a baciarlo dietro la nuca e sul collo, lentamente; le sue dita si mossero lungo il petto del Re ed incontrarono la cicatrice dell’assedio di Multan, quando una freccia aveva colpito Alessandro e tutti l’avevano creduto morto, e il ricordo ancora gli bruciava nell’animo, il pensiero di quei giorni di attesa angosciosa, quando tutti parlavano della morte del Re ed anche lui aveva finito col crederci.
Alessandro gli prese le mani sollevandogliele dietro la testa, sui cuscini scomposti. Si abbassò sul suo petto e lo accarezzò con le labbra, mentre le dita scivolavano lungo il suo corpo e lo sentiva arrendevole sotto di lui, così diverso dal guerriero che lottava al suo fianco, sul campo di battaglia. Una strana emozione lo pervase, come ogni volta, pensando a quel loro segreto, a quegli istanti solo per loro due, rubati alla guerra e a tutto ciò che li circondava, quando solo una tenda leggera li separava dal mondo. Guardò Hephaestion che tremava e socchiudeva le palpebre e gemeva dolcemente mentre lui lo accarezzava.

Rimani con me, ancora stanotte. Ho bisogno di te. Guardo, e quello che vedi sei tu. Non vedi la luce che emana da te? Non senti il mio desiderio attraversare i tuoi occhi?
Rimani con me. Ancora una volta. Ancora il tuo amore.


Si spostò voltandosi su un fianco e cingendogli la vita con un braccio entrò dentro di lui, reclinando la testa sulla sua spalla per sentire il suo respiro. Hephaestion strinse fra le dita un lembo della coperta mentre Alessandro si muoveva lentamente: i loro respiri si fecero sempre più profondi sino a fondersi insieme; quando i loro corpi fremettero improvvisamente Hephaestion si voltò verso il Re e si baciarono con disperata passione, fino a rimanere entrambi senza respiro.


Alessandro si accorse che l’alba aveva ormai rischiarato il cielo, ma le fiamme nel braciere continuavano a danzare. Si mosse sul cuscino voltandosi verso Hephaestion che si era addormentato profondamente, rannicchiato accanto a lui. Il Re scostò i suoi capelli e lo baciò proprio dietro l’orecchio, lievemente, per non svegliarlo.

Vorrei che i tuoi sogni fossero sempre di luce. Non pensare al sangue versato, alle urla dei nemici, agli anni che ci divorano.
Rimani così, come ora ti vedo: un ragazzo cullato dal sonno.



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