Sogno infinito

Thus have I had thee as a dream doth flatter:
In sleep a King, but waking no such matter.
( W. Shakespeare, son. 87)

( Ho avuto te come il sogno ci illude:
un Re nel sonno, e al risveglio più nulla.)



La scorsa notte ho sognato di lui. Mi svegliavo ed era lì, accanto a me. Dormiva profondamente, i suoi capelli sparsi sul cuscino, il suo profumo ancora sulla mia pelle. La mia mano nella sua. Ed io gli parlavo d’amore.

Ma lui non mi ascoltava. Ma lui non mi vedeva.


Sono sveglio, in un grigio mattino. E’ strano come il sole non riesca più ad attraversare le nuvole, ora: solo una pallida luce illumina il mondo, questo mondo che ho voluto così tanto, questo mondo che ho amato così tanto, questo mondo che lascerei senza rimpianti.
Ci sono altre persone intorno a me. Piangono. Un ragazzo persiano – qual era il suo nome? – mi bagna dolcemente la fronte. Vedo alcune donne - quando le ho conosciute? - , ombre senza significato.
Sono tutti intorno a me.

Ma perché sono solo? Dov’è lui?


Ho sognato un ragazzo su un cavallo – era nero? – che scioglieva le sue chiome nel vento, e rideva e scuoteva la testa e poi mi guardava e tendeva le braccia verso di me.
I suoi occhi color del mare che non avevamo mai visto. La sua pelle dorata dal sole. I suoi capelli ancora bagnati e le scintillanti gocce di rugiada.

Gli ho mai detto che era un ragazzo bellissimo?


Nei miei sogni lo prendevo fra le braccia e lui si abbandonava sulla mia spalla, gemendo dolcemente. Accarezzavo i suoi capelli e la mia mano scivolava lungo i suoi fianchi bagnati di rugiada. Eravamo solo noi due: un prato, due cavalli, un lontano canto di pastori, la brezza sfiorava gentile i nostri corpi intrecciati. Appoggiavo le mie labbra sul suo viso e lui mi parlava d’amore. Entravo dentro di lui ed era mio, ed ansimava e sorrideva e mi baciava dolcemente.
Avrei voluto stringerlo a me e non lasciarlo mai: avrei voluto abbracciarlo per un’aurora infinita.

Ma lui lo sapeva? Ma lui lo sentiva?


Ho sognato un guerriero che cavalcava al mio fianco ed uccideva e torturava e piangeva per me. Entrava nella mia tenda senza rumore, dopo la vittoria, e l’ombra della morte svaniva con lui. Mi teneva la mano e si sdraiava accanto a me ed ascoltava il mio pianto. E il suo respiro mi parlava d’amore.

Ma io vedevo le sue lacrime? Ma io ascoltavo il suo pianto?


L’ ho visto ancora, in un sogno: guardava una danza orientale ma ascoltava un canto più lontano, un canto di pastori. I danzatori volteggiavano ed io ridevo e bevevo e cantavo ubriaco, parlavo della mia gloria, del mio Impero, del mondo nelle mie mani.

Veniva da me - l’ ho sognato? - nelle mie notti più profonde: gridavo contro di lui nel mio pianto disperato, perso nella mia ultima coppa di vino, giaceva sul letto ed ero su di lui - gli ho fatto del male? -, respiravo il suo profumo ed era ancora mio. Fra le sue braccia ascoltavo un canto lontano ed era il suo respiro che mi cullava, la sua mano che mi sfiorava i capelli e mi parlava d’amore. Ed io mi addormentavo sperando che la notte non avesse mai fine.

Ma lui non dormiva.


Qualche notte - era un altro sogno? - entravo nella sua stanza e lo guardavo, la sua luce nel buio. Mi sdraiavo accanto a lui e il suo respiro riscaldava dolcemente il mio viso. Le mie dita scivolavano leggere sui suoi occhi chiusi, lungo il profilo delle sue guance. Nel sonno sussurrava il mio nome.

Sognava di me? E’ troppo tardi per chiederlo, ora?


Non piangere per me, ragazzo. Lui mi prenderà fra le sue braccia e ucciderà il mio dolore.
Per favore Zeus, lasciami andare. Gli chiederò se sognava di me. Ascolterò il suo pianto. Gli dirò che era un ragazzo bellissimo.
Per favore Zeus, digli che non avrei mai voluto lasciarlo. Digli che avrei voluto abbracciarlo per un’aurora infinita. Digli che ricordo ancora un prato, due cavalli ed un canto di pastori.
Lui si sveglierà e il suo respiro mi parlerà d’amore.


Ed io sarò suo per un sogno infinito.



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