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Today the world is over, we’ll be lying in bed… Dopo due settimane, Alessandro riuscì finalmente ad alzarsi da quel letto. Per quattordici, interminabili giorni era passato da un incubo all’altro, agitandosi in preda a violente convulsioni causate dalla febbre. Il fisico del re del mondo ne era uscito debilitato e provato. Ora il suo volto era pallido e scavato, e i suoi forti muscoli lo sorreggevano a malapena. Camminava piano, un passo dopo l’altro, aiutato da Efestione. Decisero che per il momento sarebbe stato meglio limitarsi a fare una breve escursione nell’immenso palazzo di Babilonia; ma nessuna roccia avrebbe potuto dare ad Alessandro la metà del sostegno che gli dava Efestione. Accanto a lui si sentiva forte, anche se si reggeva in piedi a fatica. Camminarono lungo i larghi corridoi ricchi di meravigliosi affreschi mitologici sulle pareti, mentre Efestione lo aggiornava sugli avvenimenti degli ultimi giorni. «Il grande re dei macedoni ora barcolla come un bambino...!» lo prendeva in giro Efestione, riuscendo a strappare un sorriso al suo paziente preferito. «Mi rimetterò… Non posso certo lasciare l’esercito e il regno nelle mani di un generale che preferisce accudire i malati» rispose Alessandro con voce roca, rientrando nella propria stanza. «Cerca di capirmi, Alessandro… Non posso fare altrimenti, sono troppo giovane per scendere nell’Ade» «Che Zeus maledica Asceplio! Dunque non sono io quello malato?» Improvvisamente il volto di Efestione si oscurò. Se tu fossi morto, io non avrei potuto continuare a vivere» Nessuno dei due scherzava più. Si guardarono. Tre occhi azzurri come il cielo, e uno nero come la morte. Rimasero lì fermi sulla soglia della stanza reale, proprio accanto all’arazzo raffigurante Achille che legava al carro il corpo senza vita di Ettore, estraniati dal tempo che scorreva parallelamente a loro. Il sole stava tramontando, ma non se ne accorsero. Poi Alessandro ruppe quella specie di trance. «Non te ne andare, Efestione» Quell’imperativo categorico non era l’ordine di un re. Era la supplica di un amante. Efestione non disse nulla, ma strinse più forte la mano di Alessandro, come se volesse trasmettergli tutto il suo amore per osmosi. Così i due entrarono silenziosamente nella sfarzosa stanza del Re. Qualcuno (Bagoas?) aveva acceso un fuoco che emanava un piacevole tepore. Si sedettero uno davanti all’altro accanto al fuoco, ed Efestione per la prima volta nella sua vita cominciò a baciare con dolcezza le pallide labbra di Alessandro. Le loro lingue si accarezzarono dolcemente, si baciarono a loro volta. Ben presto gli effluvi dell’incenso offuscarono le loro menti e presero il totale controllo dei loro sensi: improvvisamente, esisteva solo il linguaggio del corpo a fare da tramite da un cuore all’altro per un messaggio di amore eterno che andava oltre il corpo, oltre lo spirito, oltre la mortalità. Con le mani tremanti per l’eccitazione, Efestione sfilò la tunica ad Alessandro e fece lo stesso con la propria, quasi temendo che se si fosse staccato anche per un solo istante dal suo amante lo avrebbe perso per sempre. Le loro pelli roventi vennero a contatto diretto. Efestione ricoprì di baci quel corpo segnato dalla guerra ma meravigliosamente armonioso e perfetto, inebriandosi del magico sapore che gli era stato negato fino ad allora. Alessandro sapeva che nulla avrebbe mai lavato via il dolce nettare che le morbide labbra di Efestione stavano lasciando su di lui… Prese la sua testa tra le mani e la guidò lungo tutto il suo possente torace, rabbrividendo di piacere sotto la sua lingua rosea. Con le dita seguì la sinuosa curva del collo di Efestione, e le mani scesero ad accarezzarne la schiena muscolosa. I loro gemiti non erano edeniche catarsi che loro stessi concedevano ai propri corpi eccitati e affannati. Erano tributi al profondo amore che l'uno per l'altro provavano. Roxane, Bagoas… Mentre sentiva il corpo di Efestione muoversi contro il proprio, Alessandro pensò per un istante a queste persone. Con loro poteva soltanto dire di avere appagato il più primitivo desiderio dell’uomo dopo la fame e la sete, non poteva certo definirli amanti. Mai, con nessuna altra persona al mondo, Efestione ed Alessandro avevano sperimentato un’unione così totale e definitiva. Più tardi, sentendosi sopraffare dal piacere, entrambi pensarono che non si stavano usando a vicenda per soddisfare un’effimera voglia: piuttosto, era come se si stessero fondendo insieme. Ora giacevano abbracciati per terra, con il fiato ancora corto, su un sontuoso tappeto intrecciato dai migliori tessitori della Persia. A Efestione tornò in mente quando da bambini, dopo aver lottato fino allo sfinimento sotto gli occhi di Leonida, rimanevano per ore intere sdraiati sulla sabbia. Erano solo bambini. Eppure, nemmeno allora avevano bisogno di parole per capirsi. Ma tutto questo importava ben poco, adesso. Perché erano maledettamente felici. Il fuoco nella nicchia di pietre era quasi spento, ma nessuno dei due voleva staccarsi dall’altro per andarlo a riattizzare, perciò rimasero lì per terra, nudi, scaldandosi a vicenda. Non era stato semplicemente un atto sessuale, bensì un rituale mistico dopo il quale nulla sarebbe stato uguale a prima. «L’accordo era che tu ti riposassi ancora per qualche giorno», ridacchiò Efestione. Mentre parlava, Alessandro poteva sentire il suo petto vibrare sotto la propria testa. Ascoltava il suo cuore che finalmente rallentava il suo battito frenetico, e capì che erano quelli i confini del suo mondo. «Oh, Efestione… Ricordi cosa mi dicesti, proprio qui a Babilonia? Non dovrai più avere paura di perdermi a causa di questo mondo. Perché ho capito che nessun mondo mi amerà mai quanto te.» Pace. Beatitudine. Rivelazione. La risposta a tutti i quesiti. We will rise as the buildings crumble Qualcuno bussò alla pesante porta di legno massiccio che divideva quell’Olimpo dal resto del mondo. Non poteva essere Roxane, poiché era rimasta a rappresentare la famiglia reale nel viaggio verso l’India. Ma certo, ormai era l’alba inoltrata. Doveva essere il medico di Alessandro. O chi altro? Quale esecrabile scocciatore osava disturbare quell’idillio perfetto? Bofonchiando fonemi incomprensibili, i due si buttarono rapidamente addosso le tuniche che giacevano abbandonate sul pavimento dalla sera prima. Alessandro aprì la porta, e tirò un sospiro di sollievo. Era “soltanto” Criseide, la giovane schiava tebana che suo padre anni prima gli aveva “regalato”, dopo averla ribattezzata Criseide per provocazione verso l’adorazione che Alessandro provava per il suo antenato Achille. Un patetico messaggio subliminale, in fin dei conti. A Filippo Efestione non era mai piaciuto, e aveva sempre cercato di scacciarlo dalla bionda testa di Alessandro mettendogli davanti donne bellissime e ansiose di entrare a far parte della nobiltà macedone. Inutile dire che aveva fallito miseramente. E, per ironia del Fato, era morto per mano del proprio amante. Alla fine Alessandro era riuscito a “delegare” tutti i sensuali regali di Filippo ai propri compagni, ma si era affezionato alla buffa piccola Criseide come ad una sorellina, e non le aveva nemmeno cambiato quell’impegnativo e sacrilego nome. Criseide veniva ogni mattina a quell’ora, quando solitamente Alessandro era già sveglio da tempo, a preparare il bagno, svuotare le ignee e riassettare la stanza. Ma quel giorno bastarono uno sguardo velenoso di Efestione e l’eloquente sorriso di Alessandro a dissuaderla dal compiere i suoi doveri. «Oggi sei libera, Criseide. Riferisci pure che il re è di nuovo in piedi, ma oggi vuole riposarsi e stare tranquillo» le disse Alessandro. «Da solo» precisò Efestione tra il divertito e il contrariato. «Co- Come vuoi, mio re Alessandro» rispose quella, assumendo una vivace tonalità scarlatta, richiudendo la porta alle proprie spalle. Rimasti nuovamente (finalmente) soli, ripresero da dove erano stati interrotti. Intuendo il lampo negli occhi di Alessandro, Efestione si avvicinò a lui in punta di piedi dicendo: «Che ne dici se stessimo comodi, questa volta?» Dopo un breve ingarbugliamento di tuniche, si lasciarono cadere sul letto e si riallacciarono l’uno all’altro, come due adolescenti ansiosi di esplorarsi a vicenda. Per certi versi, quella era la loro vera iniziazione. Si gettarono a capofitto in una strada di non-ritorno, e pregarono soltanto che non finisse mai. «Sai una cosa, Alessandro?» esordì Efestione «A dire la verità ne so parecchie, ma in questo preciso momento so solo che ti amo» rispose Alessandro, accarezzando i lunghi capelli di Efestione. «Se il mondo finisse oggi, io sarei felice lo stesso» «Io non voglio morire» bisbigliò Alessandro «Sono appena rinato…». The world is
done, ours is just begun |