NON PIU' RAGAZZI

A quatre heures du matin, l’été:
le sommeil d’amour dure ancore.
Sous le bocage s’évapore
L’odeur du soir feté.

(A. Rimbaud)

Alle quattro del mattino, l’estate:
il sonno d’amore dura ancora.
Sotto il boschetto svanisce
Il profumo della sera festosa.

I danzatori volteggiavano seguendo il suono dei flauti che riempiva la sala con una sensuale melodia, avvolgendo gli ospiti in un morbido abbraccio. Immensi fuochi illuminavano la reggia ed ufficiali, cortigiani, nobili fanciulle, schiavi e concubine ne affollavano ogni angolo. Fiumi di vino sommergevano gli ospiti e da ogni parte risuonavano risate di uomini ubriachi.

Il grande Re della Macedonia, dell’Egitto, dell’Asia sposava la figlia del governatore, la Principessa di una piccola terra asiatica: la Sogdiana non aveva mai visto una festa tanto magnifica. Alessandro sedeva su un piccolo trono ed ufficiali e cortigiani si affollavano intorno a lui: tutti brindavano al matrimonio che avrebbe unificato Asiatici e Greci, augurando al Grande Re una schiera di figli maschi. Accanto a lui, nascosta da un velo che ricopriva il suo volto, sedeva la sposa, silenziosa, e nessuno avrebbe potuto dire dove si posassero i suoi occhi. Le sue dita adorne di anelli dorati accarezzavano morbidamente la veste di seta e lei abbassava lentamente la testa ad ogni brindisi, mentre suo padre, Ossiarte, in piedi vicino ad Alessandro, beveva ridendo, dimentico ormai della propria sconfitta, del giorno in cui aveva dovuto sottomettersi al Re ed offrirgli in sposa sua figlia.

Hephaestion camminava avanti e indietro per la sala, ascoltando distrattamente la melodia dei flauti: cercava di imprimersi nella memoria i visi dei cortigiani e degli ufficiali che ora appartenevano alla grande armata macedone. Teneva in mano una coppa di vino ma ne beveva solo piccoli sorsi: non aveva dimenticato cos’era successo a Persepoli, la colossale bevuta, il fuoco che aveva distrutto l’immenso palazzo e la grande biblioteca. Forse se il Re e tutti loro non avessero bevuto quella notte di distruzione sarebbe stata diversa.

Era ormai abituato ad indossare abiti persiani: all’inizio li aveva trovati scomodi e quasi femminili, ma presto aveva imparato ad apprezzarne la morbidezza e la carezza leggera della seta sulla sua pelle. Quella notte aveva voluto adornare la sua testa con un diadema d’oro, un regalo di Alessandro, ed ogni tanto si passava una mano fra i suoi lunghi capelli. Aveva speso gran parte della serata parlando con Perdicca, Tolomeo e Nearco e con numerosi ufficiali persiani, flirtando con una graziosa flautista. Ma ora si sentiva stanco: quel banchetto non aveva mai fine. Guardò Alessandro, che non smetteva di bere.

Non mi stancherei mai di guardarti. Mai. Perfino ora, mentre stai bevendo e ridendo e sorridendo alla tua sposa, io vedo le fiamme che hanno incendiato la mia vita.Io vedo te.

Bevve un ultimo sorso di vino ed uscì silenziosamente dalla sala, salutando i cortigiani che si inchinavano leggermente al suo passaggio.

Aveva bisogno di aria fresca. Il profumo delle spezie, dell’incenso, del vino e il calore dei fuochi lo avevano stordito. A volte avrebbe soltanto voluto tornare in Macedonia, sdraiarsi su un prato, respirare l’aria del mattino e sentire il soffio del vento fra le rocciose montagne della sua terra. Ma c’era Alessandro ed il suo sogno. Avrebbe raggiunto il confine del mondo per lui.

Camminò lungo i lussureggianti giardini del palazzo di Ossiarte: in quella terra c’erano alberi, fiori e frutti che non aveva mai visto, piante che intrecciavano i loro rami come braccia di danzatori. Vide uno strano insetto posato su un fiore sconosciuto, i cui petali erano adorni di spine.

Potrebbe divorarlo. Potrebbe dilaniarlo con le sue spine. Ma lui lo accarezza con le sue ali d’argento. Ama il fiore che potrebbe distruggerlo.Anch’io sono così?

Una voce familiare lo distolse dai suoi pensieri, una voce che chiamava il suo nome. Si voltò e vide Tolomeo vicino a lui, che lo guardava preoccupato: - Hephaestion? Perché hai lasciato la sala? Perdicca ed io ti stavamo cercando.
Hephaestion sospirò profondamente e vide che l’insetto era volato via, allontanandosi con le sue ali argentate. Rispose quasi con un sussurro: - Avevo bisogno di restare solo.
Si voltò verso Tolomeo, sorridendo:
- E ho bevuto troppo, stanotte. Non voglio ubriacarmi.
Tolomeo rise:
- Allora sarai l’unico sobrio! Gli ufficiali non si reggono in piedi e Alessandro…bene, penso che Roxane non riuscirà a risvegliarlo dalla sua sbornia. Hephaestion sorrise debolmente:
- Troverà la maniera giusta.
Tolomeo divenne improvvisamente serio e si avvicinò all’amico:
- Il Re deve avere un erede. Assolutamente.
Hephaestion si guardò intorno, cominciando a sentirsi a disagio:
- Lo so. Reggendo la fiaccola nuziale ho pregato gli déi perché il Re abbia un maschio.
Tolomeo abbassò lo sguardo e sembrò stranamente esitante:
- Hephaestion, noi siamo amici, vero?
Hephaestion rispose stupito:
- Sì, certo che lo siamo.
- Vorrei parlarti…
- Di cosa?
Tolomeo trovò finalmente le parole:
- Tu ed Alessandro.
Hephaestion trattenne il respiro per un momento.

Non chiedermi quello che vuoi sapere, Tolomeo. Lasciami. Non chiedermi ciò che non potresti comprendere.

Tolomeo lo fissò:
- Dicono che Alessandro dorme ancora con te. Dicono…
Hephaestion lo interruppe bruscamente:
- Chi dice queste cose?
- Non fare finta di non saperlo. Sai quello che mormorano dietro le tue spalle…Tutti sappiamo quello che aveva detto Clito su di te e perché Alessandro l’aveva rimosso.
Hephaestion spalancò gli occhi e rispose furioso:
- Clito ha insultato Alessandro! Ha detto che le conquiste della Macedonia non erano merito suo, ha detto che si era montato la testa, ha detto che si era vantato…
- Lo sappiamo, ma perché il Re l’ ha rimosso dalla sua carica?
- Perché disprezzava gli ufficiali persiani.
- E perché litigavate sempre. Abbiamo sentito…come ti ha chiamato.
Hephaestion impallidì e si allontanò, ma Tolomeo lo prese improvvisamente per un braccio:
- Questo deve finire, Hephaestion. Vi disonora entrambi.
- Hai parlato con gli schiavi di Alessandro, vero?
- Questo non ha importanza. Ma ho sentito che il Re rimane solo con te, qualche notte. E che tu spesso lasci le sue stanze solo al mattino…Gli schiavi vi hanno sentiti. - Gli schiavi sanno sempre troppo!
- Sai di cosa sto parlando. Voglio sapere: è la verità?
Hephaestion sentì un gelido alito di paura trafiggerli il cuore. Cercò di evitare lo sguardo di Tolomeo ed una voce – era la sua? – rispose:
- Sì, lo è.
Tolomeo sospirò profondamente:
- Vi amate ancora come due ragazzi. E’ una vergogna per il Re e per te. Come puoi permetterlo?
Hephaestion cercò di soffocare le lacrime dietro i suoi occhi:
- Io lo amo.
Tolomeo sorrise:
- Lo so. E per questo non puoi permettere che accada. Non siete più due ragazzi, due allievi di Aristotele! Sono passati troppi anni, Hephaestion…
Hephaestion alzò la voce senza pensarci:
- Alessandro mi ama…mi vuole ancora. Non posso negarmi a lui.
- Ma solo gli schiavi e i ragazzi fanno…quello! Non un uomo libero! Non un generale! Non può obbligarti!
Hephaestion replicò con durezza:
- Non mi ha mai obbligato.
Tolomeo cominciava ad arrabbiarsi:
- Può prendere gli schiavi! Può prendere concubine e ragazzi! Può prendere chiunque vuole!
Hephaestion arrossì, abbassando gli occhi:
- Lo ha fatto.
Tolomeo era stupefatto:
- Ed è tornato da te?
Hephaestion si allontanò con un gesto nervoso:
- Alessandro mi ama. Io gli appartengo. La mia anima, la mia vita, il mio corpo gli appartengono. Gli anni non cambieranno questo.
Tolomeo lo obbligò a guardarlo negli occhi:
- Pensa all’onore del Re, se non vuoi pensare al tuo. Non puoi permettere che si dicano queste cose alle sue spalle. Pensaci.
Lo lasciò: sapeva molto bene che quello che gli altri dicevano su Alessandro ed Hephaestion era vero, ma aveva voluto parlare con Hephaestion. Sapeva che il Re amava Hephaestion profondamente, disperatamente, appassionatamente: ed Hephaestion viveva per lui. Ma quelle voci su di loro offendevano profondamente anche lui. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per difendere l’onore del Re : ed Hephaestion era suo amico. Troppi parlavano contro di lui, troppi lo sottovalutavano ed insinuavano che si era guadagnato le sue cariche tenendo caldo il letto del Re. Che era il giocattolo sessuale di Alessandro.

Hephaestion non si mosse, ma le sua labbra cominciarono a tremare. Si toccò i capelli e sussultò quando le sue dita incontrarono il regalo di Alessandro. Chiuse gli occhi cercando di scacciare le parole di Tolomeo che ancora risuonavano nelle sue orecchie, poi corse verso i suoi appartamenti e il suono dei flauti divenne solo un fastidioso ronzio che feriva le sue orecchie.
Entrò nella sua camera senza guardarsi intorno e mandò via gli schiavi; si avvicinò al terrazzo, guardando fuori. I fuochi della festa illuminavano il cielo, i profumi erano ancora nell’aria e la musica stava svanendo, mescolandosi a risate di uomini ubriachi e gemiti di donne.
Hephaestion fissò il cielo e poi abbassò lo sguardo verso gli appartamenti reali. Una pallida luce li illuminava, vedeva ombre nell’oscurità.

Sei con lei, ora? I suoi capelli stanno accarezzando le tue spalle? Le sue labbra stanno sfiorando la tua pelle? I suoi occhi neri stanno scrutando la tua anima? Non farle male, mio amore. Abbracciala in questa notte di una terra lontana. Amala come tu solo sai fare. Ma ti prego. Non parlarle di Achille. Non raccontarle del tuo sogno. Non accarezzare la sua pelle nel sonno. Tieni acceso quel fuoco per me.

Si avvicinò al letto e si buttò sulle coperte, e il suono dei flauti divenne improvvisamente un lontano ricordo. Dietro i suoi occhi chiusi vide di nuovo i corridoi della reggia di Filippo, le colonne della scuola di Aristotele, un cavallo spaventato dalla sua ombra ed un giovane Principe che lo voltò verso il sole che illuminava il suo sogno.

Lontano, un fuoco viveva ancora.