|
Curae levae locuntur, ingentes stupent.
(Seneca, Phaedra, v. 607)
“Le piccole pene parlano, i grandi dolori tacciono”
Alessandro non riuscì a sollevare lo sguardo; nascose il viso sul petto di Hephaestion mormorando:
- Perdonami.
Hephaestion rimase in silenzio, ascoltando il proprio respiro, e il calore di Alessandro sul suo petto divenne insopportabile.
Si voltò verso il terrazzo e chiuse gli occhi senza rispondere.
Alessandro sollevò la testa e, tremando, accarezzò i capelli di Hephaestion:
- Hephaestion…
Il suo amante non si mosse. Il Re si alzò a sedere sul letto ed i suoi occhi erano offuscati dalle lacrime:
- Ti ho fatto male?
Appoggiò una mano su un braccio di Hephaestion, che subito sussultò a quel tocco:
- Lasciami, Alessandro.
Un silenzio assordante. Hephaestion sentiva il calore di Alessandro sul suo braccio e per la prima volta lo fece rabbrividire:
- Vai via. Per favore.
Il calore lo abbandonò. Sentì Alessandro alzarsi in piedi lentamente, il fruscìo della sua veste sul pavimento, i suoi passi allontanarsi.
Hephaestion nascose il viso nei cuscini e vide solo l’oscurità.
Che cosa ci è successo, Alessandro? Ho dimenticato il dolore. Non mi importa.
Ma dov’è il ragazzo che vive nei miei sogni? Dove sei, Alessandro?
Si alzò molto tardi e fece un bagno, cercando di cancellare il dolore, l’umiliazione, l’oscurità di quel mattino più buio della notte più profonda.
Trascorse la giornata impegnato con un’infinità di lettere: il Re gli aveva affidato l’incarico di selezionargli la corrispondenza, ed ora era sommerso di
lettere. Una volta era il compito di Eumene, in quanto cancelliere reale: ma adesso Eumene doveva passare a lui tutte le lettere prima di consegnarle al Re.
Questo aveva accresciuto oltre misura l’ostilità fra loro: Eumene entrava nella stanza di Hephaestion con il plico di lettere e lo posava sul tavolo,
salutando il generale a denti stretti, ed usciva il più in fretta possibile. Hephaestion non lo tratteneva mai: non gli piaceva e non riusciva a capire
perché il Re si fidasse tanto di lui. Non gli piaceva leggere quella montagna di lettere, petizioni, suppliche, rapporti: preferiva marciare,
scoprire nuove terre, preferiva la polvere della battaglia, la semplicità di una tenda, gli piaceva erigere nuove città, palazzi, templi, ponti,
amava tracciare il cammino del sogno di Alessandro. Ma quel giorno si buttò a capofitto nel lavoro, cercando di dimenticare la ferita che
lacerava la sua anima, il pianto di Alessandro sul suo petto, l’oscurità di quel mattino.
Quella sera c’era un altro banchetto: Alessandro aveva pianificato di rimanere in Sogdiana, con la sua nuova sposa, per celebrare l’unione fra i loro popoli.
Hephaestion arrivò tardi: avrebbe soltanto voluto restare solo, lontano da tutto ciò che lo attorniava.
Un ragazzo danzava flessuoso, seguendo il suono dei flauti e il ritmo dei tamburelli, e il Re lo stava ammirando, sorseggiando del vino.
Hephaestion capì subito che era ubriaco: si guardò intorno per cercare Roxane e la vide seduta lontano da Alessandro, con le sue ancelle.
I suoi occhi appena celati dal velo guardavano il Re ed i suoi ufficiali ma il suo viso non tradiva alcuna emozione,
non c’era alcun sentimento dietro quello sguardo profondo come un abisso.
Gli ufficiali ridevano e da ogni parte risuonavano canti di uomini ubriachi.
Hephaestion conversò distrattamente con qualche cortigiano ed alla fine Tolomeo e Perdicca gli si avvicinarono, brindando e ridendo.
Le loro parole lo raggiungevano come un suono distante, un vago, insignificante mormorio.
Stava bevendo del vino quando improvvisamente sentì lo sguardo di Alessandro su di lui ed alzò gli occhi.
Il Re lo stava guardando ed egli sentì di nuovo i baci di Alessandro sul suo corpo e le mani del Re che graffiavano le sue braccia e
quel dolore dentro di lui, il bruciante calore sul suo petto.
Non riesco a vederti, ora, Alessandro. Ti sto cercando, ma il biondo ragazzo non sorride più.
Sentì un improvviso desiderio di scappare lontano, lontano da quel palazzo, lontano da quella terra straniera, lontano da quel sogno che svaniva dietro ad un insignificante futuro. Guardò Alessandro e lo vide barcollare sotto il peso del vino, fra le risate, lo vide cadere a terra, balbettando, e lo guardò come se lo vedesse per la prima volta, un uomo avvelenato dal vino, dalla propria ambizione, dal potere che lo dilaniava. Fu preso dalla nausea e si allontanò bruscamente da Tolomeo e Perdicca,
gettando a terra la coppa, e il vino si rovesciò sul pavimento come una chiazza di sangue.
Perdicca stava per seguirlo, ma Tolomeo lo fermò: - Lascialo solo. Tolomeo non sapeva cosa fosse successo,
ma aveva capito che le sue parole avevano ferito Hephaestion e forse aperto una crepa fra lui ed il Re:
biasimò se stesso per questo, per aver lasciato che i pettegolezzi dei cortigiani corrompessero un amore così puro, così profondo.
Hephaestion stava abbandonando la sala quando la voce di Cassandro che sfidava Alessandro giunse alle sue orecchie:
- Avanti, mio Re, sei il figlio di Dioniso…
Si voltò di scatto e vide Cassandro che teneva fra le mani una colossale coppa di vino, sporgendola al Re, che cercava di afferrarla, ridendo e imprecando.
Hephaestion fu invaso dalla rabbia: ancora quello stupido gioco, ancora quella sfida che lasciava tutti senza fiato,
incapaci persino di raggiungere il letto. Molti erano morti o si erano ammalati dopo quelle bevute, eppure i cortigiani continuavano ad
incoraggiare quelle sfide pericolose…ed ora Cassandro stava incitando il Re, ed Alessandro era già tanto ubriaco da non reggersi in piedi.
Tolomeo si avvicinò a Cassandro avvertendolo: - Il Re è già ubriaco, Cassandro.
Il giovane ufficiale scosse la testa ridendo, quella sua risata così infantile, crudele come può essere soltanto chi non distingue il male dal bene:
- Non preoccuparti, Tolomeo: non sarà un po’ di vino a sconfiggere il grande conquistatore…
Si voltò verso il Re sorridendo, porgendogli di nuovo la coppa:
- Hai paura di Dioniso, mio Re?
I cortigiani intorno a loro ridevano ed Ossiarte si godeva lo spettacolo, abbracciando due fanciulle.
Alessandro prese la coppa e cominciò a bere, buttando indietro la testa, e la sua gola si gonfiava ad ogni sorso.
Improvvisamente una mano forte gli tolse la coppa dalle labbra e il vino si rovesciò sui cuscini.
Hephaestion prese le mani di Alessandro, fissandolo negli occhi, dicendo a bassa voce:
- Basta, mio Re. Smettila.
Alessandro si buttò sui cuscini urlando:
- Come osi...
Ma un violento conato di vomito lo assalì ed appoggiò la testa sul braccio di Hephaestion, rigettando il vino, incapace di pronunciare altre parole.
Tutti guardavano il Re ed Hephaestion si rivolse a due schiavi accorsi in suo aiuto:
- Portatelo nei suoi appartamenti. Non lasciatelo solo.
Gli schiavi sollevarono tra le braccia il Re, che aveva perso conoscenza, e lo portarono fuori. Hephaestion lo seguì con sguardo preoccupato.
Non farti del male, Alessandro. Sono qui. Riesci a vedermi?Ti ho perdonato. Perdona te stesso, ora.
Tu chiedi amore: ma come puoi sentirlo se odi te stesso?
La voce di Cassandro giunse alle sue orecchie come un fastidioso ed irritante ronzio:
- Non dovevi intrometterti, Hephaestion. Il Re si stava godendo la serata.
Hephaestion si voltò di scatto, fulminandolo con un’occhiata:
- Stai attento, Cassandro: tieniti lontano da Alessandro.
Cassandro lo guardò con odio e stava per rispondere, ma Hephaestion lo zittì:
- Ti ho avvertito, Cassandro.
Uscì dalla sala, seguito da Tolomeo.
Da qualche parte, Roxane sedeva silenziosa. I suoi occhi asciutti guardavano lontano. Ma le sue mani tremavano.
|