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“Sembra ieri che ti ho salutato: ma cosa non sembra ieri se lo riviviamo nel ricordo?” (Seneca, Epistulae ad Lucilium)
Hephaestion sentì la tiepida carezza del sole sul suo viso e si voltò verso il terrazzo, guardando il cielo azzurro offuscato da rade nubi. L’aria frizzante lo fece rabbrividire e si avvolse nella coperta, allungando una mano verso il giovane uomo che dormiva accanto a lui: sfiorò timidamente i biondi capelli sparsi sui guanciali ed appoggiò una mano su quella chioma dorata, poi la abbassò lentamente verso le labbra del compagno.
Alessandro si mosse impercettibilmente nel sonno ed Hephaestion allontanò la mano, appoggiandola accanto al viso del Re. Restò a guardarlo per lunghi istanti, poi avvicinò il suo viso a quello di Alessandro e sentì il suo respiro scaldarlo dolcemente.
Quella notte avevano banchettato e bevuto fino quasi alle prime luci dell’alba: Alessandro aveva anche recitato alcuni brani delle sue tragedie preferite ed aveva parlato di nuove campagne, di nuove conquiste. Non sembrava stanco della guerra: c’era qualcosa dentro di lui, un’energia che nasceva dal suo animo, che lo spingeva oltre ogni confine. Hephaestion lo aveva guardato a lungo, mentre beveva e rideva, e finalmente si era sentito felice, dopo la lunga marcia, finalmente aveva di nuovo il tempo di guardare il suo Alessandro circondato da tutto ciò che aveva conquistato: era il Grande Re che avevano sempre sognato.
Sorrise cercando di ricordarsi la prima volta che si erano incontrati: ricordava un bambino che cercava ostinatamente di montare da solo su un cavallo, troppo più alto di lui. E il primo bacio che si erano scambiati, timidi, fremendo, dietro una colonna del tempio di Dioniso, e poi avevano riso e si erano presi per mano.
Anni di sogni, di speranze, e la loro prima battaglia, la paura di non rivedersi più, il volto del primo nemico ucciso, la gioia di ritrovarsi tra il sangue ed i feriti, sfiniti e laceri, ma vivi ed ancora uniti, guardarsi negli occhi e rinnovarsi un’antica promessa.
I trionfi sui Persiani, su Dario, su tutti i traditori, sulle tribù misteriose dell’India. La lunga, faticosa e terribile marcia nel deserto, la fame e la sete devastante, ma poi di nuovo una grande festa, le splendide nozze di Susa: di nuovo tutti avevano acclamato Alessandro e mai Greci e Persiani erano stati così uniti.
Aveva tremato per Alessandro, in quei lunghi anni, pensando a quanti nell’ombra tramavano contro di lui: aveva tremato ad Opis quando i soldati macedoni si erano ribellati contro i Persiani, ma Alessandro aveva trionfato anche su di loro ed era stato ancora il più grande.
E quel Re trionfatore, il dio a cui in Egitto ed in Persia le folle levavano inni e suppliche tra i fumi degli altari, ora dormiva accanto a lui, i capelli sciolti sui cuscini, le labbra dischiuse in un lieve sorriso, il respiro profondo che lo avvolgeva in un caldo abbraccio.
Hephaestion lo fissò, aspettando che si svegliasse, che aprisse i suoi occhi grigi e gli sorridesse e lo attirasse fra le sue braccia e lo baciasse ed accarezzasse: sarebbero stati uniti ancora una volta, prima di aprire le porte al mondo intorno a loro.
Li attendeva una Babilonia in festa e più lontano la Grecia e la loro terra, laggiù, fra i rocciosi monti della Macedonia. Seduti nel palazzo di Pella avrebbero ricordato le grandi vittorie ed i giorni dolorosi, abbracciandosi nella notte, come avevano sempre fatto: Alessandro avrebbe appoggiato il viso sul suo cuore sussurrando parole solo per loro due.
Hephaestion cinse Alessandro con un braccio, attirandolo verso di sé, scrutando il suo viso, cercandovi tracce del suo risveglio. Sotto il suo palmo avvertiva il battito del cuore del compagno: abbassò la testa per sfiorargli le labbra ed Alessandro sorrise nel sonno mormorando il suo nome. Hephaestion lo abbracciò con più forza e improvvisamente lo assalì un brivido mentre pensava a quell’emozione che lo faceva tremare di gioia ma anche di paura. Un’inesplicabile paura.
Se ora dovessi morire?
Ma no, non devo ancora morire. Non ancora.
Ma se morissi?
Troppo poco è durato. Quanti giorni, mi chiedo, da quando la prima volta mi diedi a lui?
Se verrà domani la morte, quanti giorni saranno dal nostro primo giorno insieme? Quanti, quanti giorni dal primo istante che mi fece suo all’ultimo che io lo feci mio?
Troppo poco è durato.
Hephaestion nascose il viso fra i capelli di Alessandro e il Re sollevò la testa, gli occhi luccicanti ed ancora offuscati dal sonno. Hephaestion dimenticò quella strana paura e sorrise ad Alessandro, che cominciò ad accarezzargli il petto con le labbra. Il giovane generale si abbandonò a quella carezza, lasciando scivolare le mani lungo la schiena del Re, spingendolo più vicino. Alessandro si abbassò ancora prendendo il compagno nelle sue labbra, e per lunghi istanti la camera risuonò soltanto di lievi gemiti soffocati e del fruscio delle coperte sui corpi nudi.
Alessandro si sollevò incontrando lo sguardo luminoso del compagno e lo baciò sulle labbra mentre si nascondeva dentro di lui. Hephaestion trasalì e strinse con forza i fianchi del Re ma subito si rilassò, sfiorandogli un orecchio con le labbra:
- Sono tuo, Alessandro.
Sentì il compagno muoversi dentro di lui e lo strinse con tutte le sue forze, accarezzandogli il collo, il viso, le spalle, la schiena, rubando baci dalle sue labbra. Lo sentì tremare e sussurrare il suo nome ed un fremito attraversò il suo corpo mentre il calore lo invadeva.
Rimasero abbracciati per un lungo istante e quando si separarono Alessandro appoggiò la testa vicino al collo del compagno, cingendogli il busto con un braccio. Sentiva il battito del cuore di Hephaestion veloce sotto di lui e sussurrò:
- Mio amore.
Hephaestion si voltò ancora a guardare il cielo di Ecbatana, poi gli passò le dita fra i capelli e chiuse gli occhi sorridendo:
- Mio Alessandro.
Lo ricordo. Questo era il mio sogno.
Ma se verrà domani?
Non avevo mai pensato a cosa significasse morire.
Troppo poco è durato.
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