|
“Comincio ad essere stanco del sole: vorrei che il mondo, tutto intero, sprofondasse in un abisso” (W. Shakespeare, Macbeth)
Il giovane schiavo si rialzò in piedi con la forza della disperazione, cercando di dimenticare la fame lancinante, la debolezza che gli attanagliava le membra e il desiderio di fuggire, o almeno dormire per qualche ora. Riprese a caricare le pietre sui carri sperando che qualcuno venisse ad aiutarlo: quel mattino aveva lavorato sempre da solo, un suo compagno aveva caricato insieme a lui per un po’, ma era stato chiamato dal sorvegliante che gli aveva affidato un altro incarico. Nonostante il freddo, il ragazzo indossava solo una tunica leggera, e l’aria sferzava crudelmente la sua pelle nuda. Ma era abituato al freddo: ciò che lo dilaniava maggiormente era la fatica, la paura di non riuscire a portare a termine il suo compito, il terrore di dover subire un’altra punizione, di dover aggiungere le frustate all’invincibile spossatezza che lo invadeva. I soldati che gli passavano vicino non potevano aiutarlo, non potevano percepire la sua sofferenza: le guardie che stazionavano sulla soglia del cortile seguivano freddamente il suo lavoro, stringendosi rabbrividendo nei loro mantelli. Con un ultimo sforzo il ragazzo si accinse a caricare un’altra pietra, ma improvvisamente il mondo intorno a lui cominciò a girare vorticosamente, sentì le gambe cedere di schianto, e cadde riverso sul terreno. Sentì qualcuno urlare contro di lui, poi confuse risate lo raggiunsero come pugnali, qualcuno lo scuoteva, ma lui chiuse disperatamente gli occhi, pensando al cielo e a qualcosa di caldo che lo avvolgesse proteggendolo dall’oscurità.
Hephaestion ascoltava con attenzione il capo cantiere che spiegava gli ultimi ordini impartiti: il grande tempio di Zeus doveva essere pronto prima che il Re partisse da Ecbatana: Alessandro voleva lasciare un grande monumento ad Ecbatana, per ricordare il suo passaggio. Hephaestion aveva visionato tutti i progetti scegliendo quello che gli era parso il migliore, aveva parlato con gli architetti e seguito i lavori con grande passione: adorava costruire qualcosa, innalzare nuovi templi, nuovi palazzi, lasciare un’impronta della loro marcia trionfale. Da quando Alessandro l’aveva nominato Viceré aveva innumerevoli impegni, ma trovava sempre il tempo di visitare i cantieri per ordinare modifiche e per discutere con gli architetti.
Aveva voluto solo una piccola scorta quel pomeriggio, il tempio non era lontano dal palazzo e non si sarebbe trattenuto molto, doveva ancora visionare numerosi documenti e rispondere a cumuli di lettere, e la sera lo attendeva un altro banchetto. Hephaestion sorrise pensando a quelle notti di festa: da quando erano tornati a Ecbatana Alessandro aveva deciso di banchettare ogni sera nei suoi appartamenti, gli ufficiali bevevano e mangiavano fino a notte fonda, Alessandro aveva sempre ospiti ed Hephaestion a volte si meravigliava chiedendosi come facesse ad intrattenerli tutti. Quando gli ospiti si congedavano spesso faticavano a raggiungere le loro camere da soli, barcollanti sotto il peso del vino: anche Alessandro si reggeva in piedi a fatica, nemmeno le concubine che si portava nelle sue stanze riuscivano a tenerlo sveglio.
Da quando erano arrivati a Ecbatana Alessandro gli aveva chiesto una sola volta di restare con lui la notte: il Re si era addormentato fra le sue braccia e quando si erano svegliati avevano fatto l’amore tutta la mattina. Le altre notti Alessandro si era coricato troppo ubriaco o troppo distratto da altri piaceri ed Hephaestion si era congedato insieme agli altri ospiti senza troppi rimpianti: quando Alessandro era ubriaco si addormentava sulle coperte senza nemmeno svestirsi ed Hephaestion doveva chiamare gli schiavi perché lo aiutassero a metterlo a letto e gli preparassero il bagno per il mattino, prima di andare a dormire da solo nei suoi appartamenti.
Il capo del cantiere lo accompagnò spiegandogli i lavori che erano stati eseguiti ed Hephaestion guardò lo spesso muro di pietra che ormai era quasi terminato e gli schiavi che si affaccendavano intorno ad esso. Improvvisamente i suoi occhi si posarono su un ragazzo sdraiato in un angolo, a cui nessuno degli schiavi e dei sorveglianti sembrava prestare attenzione: si avvicinò, mentre l’architetto continuava a parlare, e si accorse che il ragazzo aveva i polsi legati dietro la schiena e profonde ferite su tutto il corpo, inequivocabili segni di frustate. Hephaestion interruppe bruscamente l’architetto chiedendogli:
- Chi è quel ragazzo? Perché lo avete lasciato là?
L’architetto scosse la testa senza sapere cosa rispondere:
- Non lo so, mio signore: deve essere uno degli schiavi.
Hephaestion ribatté con una punta di ironia:
- Questo lo capisco da solo, ma che cosa ha fatto?
L’architetto si rivolse ad uno dei sorveglianti persiani e gli ripeté la domanda; l’uomo rispose guardando il ragazzo:
- Il generale Cassandro ha ordinato di farlo frustare e di tenerlo legato per tutto il giorno perché non ha finito il suo lavoro, mio signore.
Hephaestion si voltò bruscamente verso il sorvegliante:
- Avevo ordinato esplicitamente che non si assegnassero i ragazzini ai lavori pesanti: quello schiavo non deve avere più di dodici anni.
Si avvicinò al ragazzo e, chinandosi, rabbrividì vedendo le striature di sangue che gli solcavano la schiena; sfiorò il ragazzo, che non si mosse. Hephaestion si voltò verso il sorvegliante:
- Ha perso conoscenza. Slegatelo e chiamate un medico per curare queste orribili ferite.
Il sorvegliante e l’architetto si guardarono stupiti ed uno dei soldati intervenne:
- Ma il generale Cassandro…
Hephaestion gli fece segno di tacere, sollevando una mano con gesto nervoso:
- Con il generale Cassandro parlerò io. Eseguite il mio ordine.
- Ti preoccupi anche degli schiavi, adesso?
Cassandro si avvicinò accompagnato da due ufficiali ed Hephaestion lo fulminò con lo sguardo:
- Ero stato chiaro, Cassandro: niente bambini ai lavori pesanti.
Il giovane generale si volse verso i suoi amici ridacchiando:
- I ragazzini devono pur fare qualcosa: non possiamo tenerli tutti nei nostri appartamenti.
Due soldati slegarono il ragazzo e lo portarono verso i quartieri degli schiavi, cercando un medico; Hephaestion li seguì con lo sguardo, poi ordinò al sorvegliante:
- Fa’ in modo che non succeda più: ne risponderai personalmente.
Il sorvegliante si inchinò profondamente e si allontanò; Cassandro sbuffò stringendosi nelle spalle:
- Quante storie per un ragazzino, Hephaestion: nemmeno tu sei tenero con chi disobbedisce ai tuoi ordini…Molti si lamentano per la tua durezza.
Hephaestion rispose mentre si allontanava:
- Io pretendo il massimo dai miei uomini, non l’impossibile.
Cassandro soggiunse maliziosamente:
- Forse hai in mente di tenere con te quel ragazzo per le tue notti solitarie?
Hephaestion si voltò bruscamente verso di lui e ribatté gelido:
- Non ho tempo per discutere con te e te lo ripeto per l’ultima volta: niente bambini nei cantieri, almeno fino a quando sarò io a comandare.
Hephaestion si allontanò seguito dalla sua scorta, ma nel confuso brusio alle sue spalle una frase lo raggiunse, trafiggendolo come una pugnalata:
- Questo è ciò che succede quando le puttane dei Re comandano gli uomini.
Non mi volterò indietro, anche se è così difficile dimenticare.
Non sono nulla per me. Non sapranno mai chi sono stato.
Soffrirò nel mare della loro crudeltà, immerso in questo dolore che trafigge il mio animo: ma mai, mai piangerò per loro.
Le mie lacrime non cadranno mai per loro. Non significano nulla per me.
Hephaestion si diresse verso gli appartamenti del Re, stringendo nel pugno alcuni rotoli di papiro, e quando arrivò nella sala trovò Alessandro in compagnia di Eumenes, che gli stava illustrando un progetto per un nuovo palazzo ad Ecbatana. Hephaestion si avvicinò al tavolo del Re inchinandosi leggermente: Alessandro sorrise salutandolo e poi tornò ad ascoltare il suo cancelliere. Hephaestion si sentiva nervoso ogni volta che Eumenes era vicino a lui: non sopportava quel greco dall’aria saccente, le sue maniere troppo eleganti ed affettate e il suo servilismo nei confronti del Re. Si era sempre chiesto per quale motivo Alessandro lo tenesse tanto in considerazione: da quando avevano lasciato la Grecia se lo portava sempre dietro e gli aveva anche affidato importanti incarichi diplomatici. Hephaestion sapeva che anche Eumenes lo detestava: obbediva ai suoi ordini perché non aveva altra scelta, ma Hephaestion capiva benissimo che in cuor suo lo disprezzava e lo odiava profondamente. Sorrise dentro di sé: Eumenes era comunque in buona compagnia.
Ho scelto di vivere sulla cima di un monte ghiacciato: la solitudine è il suo manto di neve e l’odio l’abisso che lo circonda.
Hephaestion interruppe bruscamente il cancelliere e distese i documenti sul tavolo davanti al Re:
- Ho soltanto bisogno del tuo sigillo: non si tratta di questioni importanti.
Eumenes lo fulminò con lo sguardo mentre Alessandro rispondeva, gettando una rapida occhiata ai documenti:
- Eumenes mi sta illustrando il progetto per il nuovo palazzo: non ci vorrà molto tempo.
Hephaestion sorrise leggermente e riavvolse i rotoli:
- Bene, allora tornerò più tardi, mio Re.
Alessandro sembrò stupito da quella brusca reazione e ribatté:
- Potrai portarmeli qui stasera, prima del banchetto.
Hephaestion annuì abbassando la testa ed uscì dopo aver indirizzato un rapido cenno di saluto ad Eumenes.
Quella sera Hephaestion non si presentò al banchetto: Alessandro scrutava di tanto in tanto la soglia della sala sperando di vedere comparire il suo compagno fra gli invitati, e si sentiva stranamente inquieto. Hephaestion non era mai mancato ad una festa, aveva sempre presenziato ad ogni banchetto organizzato dal Re trattenendosi fino a tarda notte. Alessandro amava seguire il suo compagno con gli occhi mentre conversava con gli ufficiali o flirtava con qualche bella danzatrice; a volte non riusciva a trattenere un impeto di gelosia quando lo vedeva appartarsi in qualche angolo poco illuminato in compagnia di una graziosa fanciulla o abbandonare la sala, al termine della festa, avvinto ad un attraente eunuco. Aveva bisogno di ritrovare il viso di Hephaestion tra la folla degli invitati, di incrociare il suo sguardo luminoso, di accostarsi a lui sorridendo e respirare la sua presenza. Si stiracchiò sui cuscini bevendo pigramente un sorso di vino, mentre un cantore persiano recitava, storpiandoli terribilmente, alcuni passi di una tragedia di Sofocle. Del resto nessuno sembrava ascoltarlo: la maggior parte degli ospiti erano già ubriachi, impegnati con le cortigiane o in gare di bevute, altri si trascinavano barcollando verso i giardini. Anche Perdicca e Nearco, che erano seduti accanto al Re, faticavano a tenere gli occhi aperti.
Alessandro si alzò lentamente e si diresse verso la soglia, facendo segno alla sue guardie di non seguirlo; chiese a Tolomeo di congedare gli ospiti a suo nome ed abbandonò la sala da solo, seguito a distanza dalla sua scorta personale. Non aveva bevuto troppo e camminò con passo sicuro fino agli appartamenti di Hephaestion: la sua assenza lo aveva inquietato, nonostante avesse tentato di giustificarla pensando ad una banale indisposizione; ricordava l’atteggiamento nervoso di Hephaestion, quel pomeriggio, il modo brusco con cui si era congedato.
Le stanze erano avvolte nel buio: gli schiavi che erano sdraiati sulla soglia gli vennero subito incontro ma il Re li ignorò, facendo cenno alla sua scorta di non seguirlo. Esitò per un momento, pensando che forse Hephaestion era in compagnia di Dripetys, ma poi entrò nella camera scostando i tendaggi di seta e riconobbe la sagoma del suo compagno nel buio, ai piedi del grande letto.
Hephaestion era rannicchiato con le ginocchia vicino al petto e sembrava fissare nel vuoto, oltre il terrazzo. Alessandro si avvicinò lentamente e chiamò a bassa voce:
- Hephaestion…
Il giovane generale sussultò e si alzò improvvisamente in piedi:
- Alessandro? Cosa fai qui?
- Perché non sei venuto al banchetto, questa sera?
Il Re scrutò il compagno con sguardo attento ed anche nell’oscurità gli sembrò molto pallido; sentì una strana inquietudine invadergli l’animo e chiese:
- Sei malato? Non ti senti bene?
Hephaestion accese una candela accanto al letto e la fievole luce illuminò il suo volto; Alessandro scorse tracce di lacrime sulle sue guance. Si avvicinò di più e sfiorò i capelli del compagno:
- Cosa è successo?
Hephaestion lo guardò improvvisamente negli occhi:
- Ti ho mai deluso, Alessandro? Ho mai tradito la tua fiducia?
Il Re rimase colpito da quella domanda così brusca e si sedette accanto ad Hephaestion, accarezzandogli i capelli:
- Perché mi chiedi questo? Lo sai che non è vero.
Hephaestion appoggiò la testa sui cuscini, guardando la fiamma che tremava nel buio.
Sono così stanco, così tremendamente stanco.
E se arrivasse domani?
Mi chiedo se loro piangerebbero la mia morte. Potrei restare lì, sull’alta pira, i capelli sciolti e le labbra socchiuse: verrebbero a prendermi gli uccelli del mare e il breve respiro di un soffio di vento.
Ricordo un ragazzo, sul campo di battaglia: mi supplicò di ucciderlo per liberarlo dalla sofferenza. Anche questa è la morte.
E se arrivasse domani?
- Hephaestion?
Alessandro si sdraiò sulle coperte accanto a lui ed Hephaestion si volse a guardarlo, lo fissò negli occhi per un lungo momento. Il Re allungò una mano ad accarezzargli le labbra:
- Non vuoi dirmi cosa è successo?
Un lieve sorriso illuminò il volto di Hephaestion, che si rannicchiò fra le braccia di Alessandro, nascondendo il viso sul suo petto:
- Mi sento molto stanco, Alessandro. Tutto qui. Ho solo bisogno di riposare.
Ti prego, portami via, mio amore. Lontano da tutti loro.
Alessandro gli baciò i capelli stringendolo a sé:
- Allora riposati. Hai lavorato troppo in questi giorni: da quando siamo arrivati ad Ecbatana non sei stato mai fermo. Non devi presenziare a tutti i banchetti se sei troppo stanco.
Hephaestion sollevò la testa ed incontrò lo sguardo di Alessandro:
- Rimani con me, stanotte, per favore.
Prendimi fra le tue braccia, stringimi a te, non lasciarmi cadere.
Il Re si slacciò i sandali e lasciò scivolare la tunica ai piedi del letto mentre sollevava le coperte. Hephaestion si strinse accanto a lui, e sentiva il calore del respiro di Alessandro sul suo viso, e i capelli dorati accarezzargli le spalle e le sue mani sfiorargli la pelle e il suo corpo tremare di desiderio. Cominciò a baciarlo lentamente sulle labbra, cercando di nutrirsi del suo respiro, del suo profumo, di tutto ciò che aveva sempre amato. Alessandro sussurrò fra i baci:
- Quando finirà l’inverno partiremo per Babilonia e torneremo nel palazzo di Dario. Ti ricordi la prima volta che abbiamo visto quelle sale meravigliose? Era così diverso dalla nostra terra.
Hephaestion sorrise ma nella sua voce c’era un’ombra di malinconia:
- Vorrei tornare in Macedonia, Alessandro.
- Torneremo presto, Phae, te lo prometto.
Ma quando?
Hephaestion si voltò su un fianco per cercare di vincere l’improvviso senso di nausea che l’aveva preso e sentì le braccia di Alessandro cingergli la vita, il calore del suo respiro, il suo corpo stretto accanto a lui. Il Re sussurrò, accarezzandogli un braccio:
- Lo sai che ti amo come il giorno in cui siamo partiti.
Hephaestion sorrise dolcemente, mentre chiudeva gli occhi vinto dalla stanchezza:
- Lo so, Alessandro.
E se arrivasse domani?
Forse mi uccideranno. Forse…
Ed io, potrei uccidere loro? Mi chiedo.
Sento nelle mie mani che forse potrei. Così – forse anche loro possono uccidere me.
E quando verranno?
Non avevo mai pensato a cosa volesse dire morire.
Si volse verso Alessandro, che si era addormentato con il viso affondato nei suoi capelli. Si scostò delicatamente e rimase a fissare quel volto così dolce nel sonno, così diverso dal Re che faceva tremare i suoi più potenti nemici. Quel Re acclamato, venerato come un dio, ma anche temuto. E odiato. Le sue dita scivolarono dolcemente fra i biondi capelli ed appoggiò la testa accanto al petto di Alessandro lasciandosi cullare dal suo respiro.
Se verrà domani la morte, quanti giorni saranno dal primo istante in cui i nostri amori si incontrarono?
Vorrei dirti che ricordo tutti i giorni in cui io sono stato tuo, Alessandro.
Vorrei dirti di non lasciarmi, ora: non voglio morire solo. Ho paura di morire solo.
Ma come posso trovare le parole per dirtelo?
E se non dico nulla?
E se ti guardo semplicemente e sorrido?
Così - la mia mano stringerà la tua e forse tu sentirai queste parole nel mio silenzio.
|