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“Ed ogni uomo uccide la cosa che ama,
che questo lo sentano tutti:
chi lo fa con uno sguardo amaro
e chi con una lusinga,
il codardo lo fa con un bacio,
il prode con la spada” (O. Wilde, “Ballata dal carcere di Reading”)
- Alessandro…?
Il Re sorrise – ma le sue labbra tremavano – e gli accarezzò lentamente i capelli, sporgendosi verso di lui:
- Sono qui. Ti sei svegliato, finalmente.
Hephaestion lo fissò negli occhi, cercando di mettere a fuoco la sua immagine, e chiese:
- Ma che cosa è successo?
Rabbrividì avvertendo un terribile dolore attraverso tutto il suo corpo e cercò di ignorare il senso di nausea e la sete che lo attanagliavano. Alessandro continuava ad accarezzargli i capelli:
- Pare che tu abbia bevuto troppo vino…Sei svenuto improvvisamente durante il banchetto e ti hanno portato nella tua camera. Hai dormito così a lungo…
- Ho dormito?
- Quasi due giorni.
Hephaestion cercò di alzarsi a sedere sui cuscini, ma subito si sentì sopraffatto dalla debolezza e si lasciò ricadere sulle coperte, mentre Alessandro gli prendeva una mano:
- Non devi sforzarti.
Il Re si volse verso gli schiavi ordinando:
- Chiamate Glauco.
Hephaestion sospirò debolmente:
- E tu sei rimasto qui…sempre?
Alessandro annuì sorridendo:
- Non volevo lasciarti dormire solo.
Ricordo tutte le notti in cui sono stato solo, Alessandro.
Quando l’oscurità si vestiva di silenzio e tu eri lontano: stringevo le coperte fra le mani e chiudevo i miei occhi. Ma non dormiva la mia solitudine.
Quando stringevo qualcuno fra le mie braccia, ma non eri tu: nel sonno ascoltavo un respiro, e non era il tuo. E non dormiva la mia solitudine.
Hephaestion sussurrò:
- Non dovevi restare qui così a lungo.
- Non avrei dovuto lasciarti partecipare al banchetto quando ho visto che non stavi bene. Da qualche giorno eri in preda alla febbre, mi ha detto il medico, e non lo sapevo. Perché non mi hai detto che non ti sentivi bene?
Hephaestion si voltò da un lato e i suoi occhi fissarono il vuoto:
- Credevo fosse solo stanchezza. Ma ora mi sento meglio.
Alessandro lo scrutò poco convinto, poi gli appoggiò una mano sotto il mento voltandogli il viso per guardarlo negli occhi:
- Ti sei svegliato, ma non stai meglio.
Negli occhi del Re Hephaestion vide l’amore e la passione che li avevano sempre uniti, ma anche un’inquietudine che non riusciva a parlare. Sospirò profondamente, socchiudendo gli occhi:
- Ho sete.
Alessandro fece cenno ad uno schiavo di portargli dell’acqua fresca ed il ragazzo si avvicinò con una coppa. Hephaestion si sollevò debolmente, aiutato dal Re, e bevve lentamente.
E’ così facile morire. Una fiamma che trema, nell’oscurità, e la lama di un pugnale attraversa il tuo corpo. Un tarlo sottile che divora in silenzio il tuo soffio vitale e gli ultimi spasmi di una lenta agonia. O una coppa dorata in cui vedi danzare il tuo ultimo raggio di sole.
Quando il medico entrò nella stanza Alessandro sorrise ad Hephaestion:
- E’ arrivato Glauco. Lascia che ti visiti.
Hephaestion scosse la testa sospirando e protestò con un’ostinazione che aveva qualcosa di infantile:
- Ora no. Mandalo via. Manda via tutti, voglio restare solo, tutta questa gente intorno a me…cosa vogliono?
Alessandro sorrise quasi divertito ed ordinò a tutti di uscire. Appena rimasero soli appoggiò la testa sul petto di Hephaestion, seguendo il lento movimento del suo respiro. Hephaestion gli passò una mano fra i capelli mormorando con dolcezza:
- Vai anche tu ora, Alessandro. Mi sento meglio, te l’ho detto.
Sorrise mentre un’ombra di malinconia gli attraversava lo sguardo:
- Non sei ancora stanco di starmi vicino, dopo tutti questi anni?
Alessandro sollevò il viso sorridendo:
- Come potrei essere stanco di te?
- Hai interrotto i festeggiamenti per me, in questi giorni?
- No, possono continuare anche senza di me. Questa mattina c’è la gara di corsa e Perdicca vi presenzierà al posto mio.
Hephaestion scosse la testa:
- No, devi andare tu. Non ti preoccupare per me: ci vedremo più tardi.
Alessandro sembrò incerto, ma poi, vedendo un’ombra di colore che era tornata ad illuminare il viso di Hephaestion, si sentì rassicurato:
- Sei sicuro?
- Non ho bisogno di una balia, Alessandro, e se mi serve qualcosa ci sono gli schiavi.
- Mi stai congedando?
Hephaestion lo abbracciò improvvisamente e gli accarezzò i capelli con le labbra, sussurrando:
- Sì. Ma torna presto da me.
Vai, mio Re: indossa il tuo manto regale e torna da loro. Non offuscare la tua luce con l’ombra della morte.
Ma ti prego, quando il Grande Re avrà varcato quella soglia, tu torna da me, mio Alessandro.
Alessandro rabbrividì stranamente mentre Hephaestion lo abbracciava: lo sentiva debole fra le sue braccia mentre il suo compagno si aggrappava a lui posando il viso sulla sua spalla. E il calore del suo respiro gli scaldava dolcemente la pelle e il suo profumo gli parlava della loro terra.
Dopo un lungo silenzio Alessandro chiese senza muoversi:
- Ti ricordi quando penetravo nella tua stanza, a Pella, e mi nascondevo sotto le coperte con te? Ci svegliavamo al mattino ancora abbracciati.
Hephaestion sorrise, e la sua voce sembrava persa in un sogno:
- Certo che mi ricordo.
Ricordo segreti sussurrati nell’oscurità e un biondo ragazzo nascosto fra le mie braccia: vestiva di luce e di vento e nei suoi occhi puri cantavano le onde.
Ricordo quando sognavi di levarti in volo, come l’aquila, alto nel cielo. Ora il vento mi racconta il tuo dolore e la sua carezza quasi mi fa male.
Alessandro gli sollevò il viso e lo baciò sulle labbra, sorridendo:
- Quando starai meglio riprenderemo il cammino per Babilonia e là potrai riposarti. Voglio regalarti i più bei cavalli delle scuderie di Dario. Quando eravamo ragazzi mi dicevi sempre che i cavalli persiani erano i più belli del mondo. Ti avevo promesso che ti avrei riportato a casa carico di gloria e di ricchezze.
Hephaestion sospirò impercettibilmente, stringendosi più vicino al Re:
- Lo so, Alessandro.
Tu mi hai promesso un mondo, ed io ho chiesto solo il tuo amore.
Alessandro continuava a parlare, con rinnovato ardore, stringendo Hephaestion a sé, accarezzandogli i capelli:
- A Babilonia avrò tempo per pensare a nuovi progetti. Voglio ricevere gli ambasciatori dall’Occidente e da Cartagine ed inviare qualcuno in quelle terre. Anche noi ci andremo, un giorno: hai sentito cosa raccontano di Cartagine? Non vorresti conquistarla?
Hephaestion scosse leggermente la testa, sorridendo debolmente:
- Mi piacerebbe, Alessandro
Ti ho dato molto più del mio amore, Alessandro.
Vorrei dirti che non dimenticherò mai il nostro ultimo giorno. Mai dimenticherò l’ultimo giorno del nostro amore, Alessandro.
Vorrei dirti che ti ho amato dal primo giorno in cui ho visto te, e quel fuoco nei tuoi occhi.
Ma non c’è il tempo, Alessandro. Non c’è più tempo. Questa è la fine del tempo.
Rimasero vicini per lunghi momenti, Hephaestion con la testa appoggiata sulla spalla di Alessandro, che gli cinse la vita con un braccio stringendolo a sé. Alessandro fissava le fiamme che danzavano nel braciere ed ascoltava il lieve crepitio del fuoco. Sentiva il corpo di Hephaestion, accanto a lui, scosso da lievi ed improvvisi sussulti, come se il suo compagno stesse lottando per nascondere il dolore. Si ricordò improvvisamente un giorno lontano, anni prima, quando si era svegliato nella notte, spaventato da un incubo, ed aveva cominciato a piangere sommessamente, rannicchiato accanto ad Hephaestion. Il suo compagno l’aveva stretto fra le braccia confortandolo, e il calore della sua voce ancora gli risuonava nella memoria, un ricordo di giovinezza, un richiamo d’amore.
- Perché piangi, Alessandro?
- Ho sognato…ti vedevo lontano, in una foresta oscura. Ed io dovevo morire.
- Era solo un sogno, Alessandro.
- Non riuscivo a raggiungerti…E dovevo morire.
- Ma io sono qui, vicino a te. Prendimi la mano, Alessandro.
- Tu ti nascondevi fra gli alberi, e mi lasciavi morire solo.
- Stringi la mia mano. Anche nelle più impenetrabili foreste brilla una luce, Alessandro. Non lo sapevi?
- Che cosa?
- Nel profondo della foresta anche gli alberi si tengono, invisibili, per mano.
Hephaestion rabbrividì improvvisamente:
- Ho freddo.
- Il fuoco nel braciere è acceso.
Hephaestion rispose senza muoversi, continuando a fissare la fiamma:
- Lo so.
Alessandro ripensò al grande incendio di Persepoli, quando l’immenso palazzo di Dario, con la sua meravigliosa biblioteca, era bruciato in una sola notte di distruzione e di follia. Le fiamme avevano incendiato il cielo e avevano avvolto il palazzo nel loro abbraccio appassionato e mortale. E forse anche lui aveva incendiato il mondo col suo sogno, e lo stava bruciando lentamente, divorando tutto ciò che aveva costruito. E tutto ciò che amava.
Sentì che Hephaestion si stava addormentando dolcemente, appoggiato alla sua spalla: il suo respiro era diventato più profondo ed aveva chiuso gli occhi. Ma una mano stringeva con forza la veste di Alessandro.
Il Re si spostò lentamente e aggiustò i cuscini sotto la testa di Hephaestion, riassettando le coperte scomposte. Si sdraiò accanto al compagno, scrutandolo nel sonno: era così debole, in quel momento, ma anche così sereno. Poteva lasciarlo solo: al suo ritorno lo avrebbe trovato ancora addormentato. Alessandro sorrise ed accarezzò lentamente il viso del suo amante, imprimendosi nella mente ogni tratto di quel volto così familiare, così amato; la sua voce risuonò come un lieve sussurro sulle labbra di Hephaestion:
- Dormi ora, mio amore.
Alessandro si alzò senza far rumore e quando mosse i pesanti tendaggi la stanza fu avvolta dall’oscurità. Sentì Hephaestion mormorare qualcosa nel sonno e sorrise, mentre varcava la soglia della camera.
Le fiamme si intrecciavano sinuose nel braciere ed illuminavano il viso di Hephaestion col loro caldo abbraccio. Appassionato e mortale.
Ho mangiato e bevuto senza di te. Volevo accoglierti con un sorriso e stringerti fra le mie braccia. Dove sei, Alessandro?
Ho scelto di vivere sulla vetta di un monte ghiacciato, ma ho freddo, ora, senza di te.
Tornerai da me, Alessandro?
Voci confuse si affollano intorno a me. Piangono la mia morte?
Ma no, non devo morire. Non ancora. O forse…
Ma dov’è la tua voce, Alessandro?
- Hai bisogno di qualcosa, mio Re?
Alessandro scosse la testa senza guardare Perdicca e si voltò dall’altra parte, sdraiandosi sul letto:
- No, non ho bisogno di nulla. Voglio restare solo. Non voglio niente.
Datemi una lama di luce per fendere la notte, un raggio di sole per raccogliere un fiore e deporlo sul mio dolore.
Perdicca annuì ed aggiunse, mentre si allontanava:
- Gli schiavi rimarranno vicino alla porta. Cerca di riposare, Alessandro.
Il Re si volse improvvisamente verso di lui, guardandolo con occhi imploranti:
- Lo farai, Perdicca? Scorterai tu il suo corpo a Babilonia?
Perdicca rispose con un debole sorriso:
- Sai che lo farò. Sarà tutto come hai ordinato.
Alessandro nascose il viso tra i cuscini, cercando una luce nell’impenetrabile foresta del suo dolore. Perdicca si avvicinò e gli sfiorò una spalla con la mano, cercando parole di conforto:
- Sei stato tre giorni accanto a lui, Alessandro. Ora è tempo di pensare al suo spirito: non lasciare che si aggiri troppo a lungo alle porte dell’Ade.
Tre giorni. Così poco è durato.
Quando Perdicca uscì, chiudendo le porte dietro di sé, gli occhi di Alessandro si posarono sul fuoco che brillava nel braciere, avvolgendo la stanza col suo calore.
Ho corso più veloce che potevo, Hephaestion. Credevo di saper volare: non ci sono riuscito. Ho cercato il fuoco nel braciere, ma le fiamme non danzavano più.
Non sono arrivato in tempo. Ma ti ho stretto a me, e ho chiuso gli occhi. La notte è scesa col suo manto scintillante ed io ancora ti stringevo. Il sole giocava con la tua pelle ed io ancora ti stringevo.
Ti prego Zeus non farmi questo. Ti prego Zeus non farlo. Ti prego Zeus aiutami.
Rimani con me. Ancora una volta. Sempre.
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